VILLA POMINI

BOTTEGA ARTIGIANA
2 Marzo 2019
CHIESA S. INNOCENTI DI VILLA GONZAGA
2 Marzo 2019

VILLA POMINI

9415_4 001

17 MARZO – 20 APRILE 2019

VIA DON L. TESTORI, 14, CASTELLANZA (VA)

Orari visita: venerdi 15.00 -19.00
sabato 15.00 -19.00
domenica 10.00 -12,30 / 15.00-19.00
Ingresso libero

JEANNE TARIS

GITANI DI PERPIGNAN: QUALE DOMANI?

Ci sono sei o forse settemila Gitani che vivono nel distretto di Saint-Jacques nel centro storico di Perpignan. In questa rete di stradine e stradine, le case sono fatiscenti, a volte insalubri; i bambini sono fuori fino a tarda notte, pochi vanno a scuola. Le donne, sedute su sedie pieghevoli sulle loro soglie, le guardano giocare; gli uomini, spesso assenti, fanno una siesta o si aggirano nelle piazze locali. Per anni le droghe hanno devastato i giovani.
Le chiese evangeliche, attive quanto conservatrici, cercano di salvare le pecore smarrite della località.
A Saint Jacques lavorano poche persone, molti vivono di benefici. L'immagine è desolante. È difficile allontanarsi dagli stereotipi. Le prospettive per il futuro, alcuni direbbero, non sono migliori. Tuttavia, Jeanne Taris si è affezionata a queste famiglie che le hanno dato il benvenuto, i "Payo" che vagavano nel loro distretto un giorno di settembre, che passavano molte ore seduti al loro fianco sui marciapiedi, che fotografavano le loro celebrazioni annuali e il loro ordinario le mattine.
Arrivato a Saint-Jacques da quel giorno in poi, non manca mai di salutare Jeanne, Marceline, Joseph, Ange, Monique, Pachéco, Chatou, Désire, Thierry, Antoine, Pitchuro, Ismael. Jeanne è tornata in diverse occasioni per visitare questo distretto, che alcuni arriverebbero fino al punto di chiamare un ghetto, e che i cittadini di Perpignan non si avvicinano quasi mai. Ha trascorso giorni e notti, un Natale e un Capodanno con la gente di Saint Jacques. Alla ricerca del barlume di speranza, della gioia, della convivialità che è, nonostante tutto, evidente.
Nel settembre 2016, Jeanne Taris è andata per la prima volta al festival "Visa pour l'Image" a Perpignan. Ha visto le mostre lì, ma soprattutto ha trascorso giorni e notti nel quartiere di Gitans - un argomento di particolare interesse per questa donna di Bordeaux, madre di quattro figli adulti, che aveva qualche mese prima, ha tirato fuori una storia fotografica di i gitanos andalusi. "Più conosco i Gitani, più porte si aprono in Spagna e in Francia!
Non ho mai trovato un argomento che mi abbia afferrato così visceralmente ".
Una selezione di queste fotografie è attualmente presente nell'ultima copia di Polka Magazine, la prima pubblicazione del fotogiornalismo in Francia.

ORIELLA MONTIN

Alla ricerca del tempo perduto

Oriella Montin è nata a Rovigo il 7 marzo 1978, vive e lavora a Milano.
Dopo il Liceo Artistico Bruno Munari di Castelmassa (Rovigo) si è diplomata in pittura presso (NABA), Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Seguendo un indirizzo concettuale la sua ricerca è in bilico tra linguaggio fotografico e pittorico.
Attratta dal valore simbolico degli oggetti di recupero, l’artista lavora sull’effetto straniante, enigmatico e surreale della rappresentazione. Negli ultimi anni la sua ricerca è incentrata sul tema della Famiglia in tutte le sue sfaccettature.
Attraverso l’uso di oggetti di recupero appartenenti all’ambiente domestico e rielaborati tramite l’utilizzo della garza medica e del cucito, l’artista parla della Donna e del suo ruolo all’interno della Famiglia. Ci mostra le memorie e i percorsi che l’inconscio traccia nei corpi e nei volti di queste figure ripescate dal passato. Mai riconosciute, mai viste ma così familiari!
Dal recupero di vecchie fotografie d’epoca, a volte di interi album di famiglia appartenuti ad anonimi, cornici ed oggetti di uso comune, l’artista ricava momenti di vita semplice, quotidiana, strappi di realtà sfuggenti che però appartengono per ciclicità al vissuto contemporaneo.
La pratica del “Rammendo” rinforza il valore concettuale dell’opera, in cui la dimensione della donna chiusa tra le mura domestiche, nel ruolo di procreatrice e di madre, viene così avvalorato.
L’opera, arricchita da una moltitudine di fili e cuciture restituisce una costellazione genealogica di rapporti famigliari e interpersonali. Scene di vita semplice: il primo figlio, i nonni coi nipotini, la mamma che abbraccia il figlio, il padre che fa fare i primi passi al figlio, il primo giorno di scuola, la prima volta al mare, i compleanni, i momenti salienti della vita di ciascuno. .
Il tutto è articolato dall’artista con precisione ed in maniera armonica ma assolutamente immaginaria.
A ciò va aggiunta la forza di un linguaggio, in parte autobiografico, teso a scandagliare in profondità l’essenza della condizione umana.

EIRINI VOURLOUMIS

Short Abstract - In Waiting

Questa serie è un ‘analisi della città di Atene e il suo ruolo come palcoscenico fisico per la crisi economica. In primo luogo, l’autrice esplora gli interni di edifici governativi, istituzioni e scuole per mettere in discussione come questi spazi riflettono la cultura e il carattere moderno della Grecia.
I luoghi scelti sono microcosmi familiari per gli ateniesi che sono diventati un palcoscenico pubblico per una rinegoziazione forzata dell'identità greca.
Attraverso questo lavoro Eirini sta cercando una lettura personale e razionale circa l’inganno della crisi economica, di chi l’ha generata e il fattore umano e urbano.
Dagli uffici pubblici a quelli governativi, alle sedi centrali politiche, l’autrice esplora i paesaggi urbani che hanno preceduto la crisi ma che ora ne rappresentano il contesto.
Anche se Atene è un'aspirante metropoli dell'Europa occidentale, alcuni di questi interni rivelano una qualità estetica quasi antiquata e nuda, che è in contraddizione con la modernità per cui la Grecia anela. Evocano nel loro malinconico arredamento una sensazione della connessione tra potere e idolatrazione del passato.
La crisi economica ha creato uno shock che ondeggia attraverso strutture sociali e fisiche e influenza imprevedibilmente il modo in cui il popolo greco percepisce ciò che li circonda.
Spazi, che una volta sembravano banali o senza importanza, ora rivelano le sfumature della realtà greca e hanno implicazioni sociali e politiche. Come il popolo greco, questi luoghi esistono in previsione del loro futuro.
La scelta metodica e razionale di Eirini suggerisce riflessioni, mediante inquadrature misurate che le tonalità lievi riconducono a una sorta di mesta visione, che nasconde però una inquietudine appena celata.

JEAN PIERRE ANGEI

Ephéméride-Hiver

Non sapendo sciare sono stato Delle tracce che lasciamo e quelle del tempo che ci segna. accompagnato in montagna a trascorrere del tempo in differenti impianti sciistici delle Alpi, come un esploratore che scopre un nuovo territorio, mi sono cimentato nell’osservazione di questa nuova architettura spaziale da scoprire.
In generale il mio lavoro parla dell’uomo e dell’ambiente, delle loro fragilità e anche del loro rapporto. Ho sorvolato questi paesaggi grazie alle seggiovie e praticato una sorta di planata sulle persone che stavano in basso.
In questo spazio, dove la grandezza naturale è in parte segnata dall’uomo, vi è una sorta di tragedia del paesaggio, una cartografia contro la cartografia. L’uomo raggiunge l’apice nella riorganizzazione del paesaggio. Il mio scopo non è quello di raggiungere la sommità senza alcuno sforzo fisico, ma di perdermi in un viaggio dove il pensiero si mette a sognare, dove l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si fondono.

STUDENTI LICEO ARTISTICO DI BUSTO ARSIZIO

Fobie - Installazione

Parlare di paura, immotivata e irrazionale, nel nuovo millennio. Questa è la sfida. Dare corpo e immagine a quello che tanti di noi vivono veramente, nel corso delle esistenze quotidiane. I giovani ci pongono davanti a questa sfida: guarda negli occhi la Medusa, dicono, non nasconderti nei tuoi facili infingimenti. Sì, perché le fobie, un tempo, erano da considerarsi semplici distorsioni individuali, malesseri di pochi incapaci di adattarsi ad una presunta normalità. E oggi? Siamo sicuri che sia così? Oppure l’allarme lanciato da questi giovani ci riguarda da vicino, risveglia le nostre coscienze di adulti intorpiditi dall’abitudine, dalla stanchezza di momenti sempre uguali. C’è un messaggio in queste fobie rilanciate e denunciate? È forse il messaggio di un mondo che va verso la patetica e narcotizzata autodistruzione? E chi è innanzitutto responsabile: i nostri figli? Certo, no. Siamo noi, adulti consolidati nelle nostre posizioni, a dover dare conto. Sono ancora, le fobie, forme dell’irrazionale? O sono, invece, allarmi ben chiari da parte di chi sente che la verità dell’esistenza è tradita? Tradita dai padri e dalle madri, da noi. Adulti. Non vale più, crediamo, la lezione del tanto amato Freud. Le fobie sono l’allarme unico e possibile di chi, da noi dipendente, figlio nostro e nostro erede, riceve in cambio tradimento. Per noi che, come docenti, lavoriamo giorno per giorno con i figli delle nostre generazioni, questo è chiaro. Il patto fondativo è stato frantumato. Inutile girarci attorno: l’unica possibilità è che il mondo adulto si prenda carico del cambiamento ed operi una svolta a favore della vita e contro il dissennato sfruttamento del pianeta, in nome di una ricchezza futile e divoratrice che non potrà far altro che portarci alla rovina. È Gaia, la madre terra, che urla nelle paure dei nostri figli. Nelle paure che, se abbiamo il coraggio della sincerità, sentiamo anche nelle nostre vene. Fobie irrazionali? Fobie individuali? Forse, un tempo. Oggi sono allarmi sociali e collettivi, che porterebbero a riscoprire l’unica utile parola per la rinascita: solidarietà e rispetto per ogni forma di vita. È Leopardi, nella Ginestra, a lasciarci questa eredità: diamo ascolto alle paure dei nostri figli, riconosciamo in esse le nostre paure e prendiamone atto con coraggio perchè questo è l’unico modo per salvarci, per uscire dal sonno dell’incoscienza e reagire, con impeto etico e razionale, alla disfatta. Hanno ragione, altrimenti, i nostri figli: non rimane che urlare.
L’unica forma della forza è riconoscere la propria precarietà e debolezza.
Ricordiamoci: siamo ombre, di passaggio. Tanto belle quanto precarie. La vita che ci circoda, è degna della nostra contemplazione. Basta giudizi e pretese. Amiamo questi giovani e il futuro che è già nelle loro ‘corde’: è già presente. Accorgiamoci di loro: hanno diritto alla vita.