SALA VERATTI

CENTRO PARCO EXDOGANA AUSTROUNGARICA
2 Marzo 2019
CASTELLO DI MASNAGO
2 Marzo 2019

SALA VERATTI

23 MARZO – 20 APRILE 2019

VIA VERATTI, 20, VARESE

Orari di visita:
Venerdì, sabato e domenica: 10.00 / 12.30 E 14,30 / 18.30
ingresso libero

GABRIELE BASILICO

RITRATTI DI FABBRICHE

Courtesy Fondazione 3M
Nella primavera del 1978 l’Istituto Nazionale di Urbanistica chiede a Gabriele Basilico di realizzare un servizio fotografico su Milano. Con grande attenzione e il rigore che già lo caratterizzava, il fotografo ha immaginato un progetto originale capace di indagare l’animo più profondo della città, caratterizzato dalla presenza di costruzioni industriali. Dal 1978 al 1980 ha frequentato diverse zone della città alla ricerca dei segni architettonici più marcati da riproporre all’occhio spesso distratto dei milanesi. “Per la prima volta ho visto nel mirino della mia Nikon le strade e le facciate delle fabbriche stagliarsi nitide – racconta –. Ho visto, come se non l’avessi visto prima, l’architettura riproporsi in modo scenografico e monumentale”. Nel 1981 il lavoro viene pubblicato dall’editore Sugar in un volume che, eppure stampato in modo non impeccabile è arricchito da piccole preziosità come la cartina di Milano con le indicazioni dei luoghi fotografati, diventerà una pietra miliare nella storia della fotografia italiana di questo genere. Qui emergono due aspetti degni di considerazione: da una parte la capacità di indagine di un fotografo che può contare sulla formazione di architetto per ottenere risultati di grande valore compositivo, dall’altra la sua raffinata cultura fotografica che lo rende uno dei migliori interpreti della lezione della Scuola di Düsseldorf dei coniugi Becher, come il bellissimo titolo al progetto “Milano. Ritratti di fabbriche” suggerisce.

CLAUDIO ARGENTIERO

SEGNI, TRACCE, MEMORIE
Archeologia industriale in Valle Olona

Courtesy collezione Afi
L’abbandono porta nell’utero figli regrediti, mutando scenari e alimentando sensazioni scomposte.
Pare che il tempo si sia fermato nelle immagini dell’autore, a noi non resta che farci catturare dalle composizioni sobrie dai toni mutevoli, o dal bianco e nero vigoroso, per ritrovare il senso delle cose, che pensiamo perdute.
La luce irradia gli ambienti, isolando le tracce, le mura parlano di vissuti, le prospettive suggeriscono dialoghi, la composizione fa da tramite tra passato e presente, le atmosfere catturano lo sguardo.
Quel che resta sono le tracce, che rimembrano luoghi vissuti dove vite private e lavoro si sono districate nella fragilità dell’esistenza.
Questa l’idea che da anni Argentiero persegue, per un archivio della memoria.