LAVIT & FRIENDS ART GALLERY

CASTELLO DI MASNAGO
2 Marzo 2019
VILLA ADELE
2 Marzo 2019

LAVIT & FRIENDS ART GALLERY

5 – 19 APRILE 2019

P.ZZA CARDUCCI, 5, VARESE

Orari di visita:
da martedì alla domenica 10.30-13 /16-19,30
ingresso libero

LINO BUDANO

...quanto sono piccoli gli uomini

A cura di Alberto Lavit
LINO BUDANO:
IL TEMPO CURVO E LA SIMULTANEITÀ DELL'OCCHIO. FOTOGRAFIE E VIDEO CHE CONTENGONO MONDI.
Lino Budano, agli esordi pittore e scultore, ora videomaker, fotografo e produttore di vari eventi multimediali. Dirò subito che le sue fotografie, realizzate in digitale e rielaborate con interventi manuali, ritoccate, dipinte, graffiate- colpiscono per la costruita complessità simbolica della scena rappresentata e per l'altrettanto simbolica gestualità che caratterizza l'intervento manuale dell'autore sull'esito finale. Ci troviamo di fronte ad almeno una duplice lettura: la prima è la percezione del contesto visivo Company General Use rappresentato (aree dismesse, cantieri navali abbandonati, balene spiaggiate, periferie urbane, facciate di edifici, capannoni industriali, ritratti) manipolato con l'inserzione di altri elementi, decontestualizzati e stranianti, che su quel contesto vanno a sovrapporsi; la seconda è la ragione dell'intervento aggressivo dell'autore sull'immagine in-finita. Il primo livello rappresenta una natura in disfacimento e spazi dove il disordine visivo è accentuato da accumuli di materiali residuali. L'umanità è immaginata in absentia ed è dunque implicitamente condannata: la visione è infatti costruita come se fosse scoccato il day after. È una poetica della caduta, della fine, resa esteticamente valida soltanto grazie ad elementi metalinguistici quali inquadrature dal basso in alto, campi lunghi, uso suggestivo della luce e un bianco e nero di forte pregnanza. Tra gli elementi decontestualizzati -e per questo stranianti, quasi metafisici- colpisce la presenza del cavallo, cammeo che forse cita Kounellis o Koudelka, ma anche metafora dell'animale nobile che sopravvive a una natura morta per mano dell'animale-uomo. Sul secondo livello, la gestualità aggressiva di Lino Budano sull'immagine, ci sarebbe molto da dire. Intanto credo di non sbagliare se indico una linea concettuale che va da Bataille a Barthes per arrivare fino a Lacan. Era infatti Roland Barthes che sosteneva come spesso gli artisti siano mossi dalla volontà di lasciare una "traccia", un segno da sovrapporre all'opera, ben altra cosa ovviamente dell'eventuale firma. Gesti che possono essere cancellati subito dopo, come una ferita prima inferta e poi risarcita (qui percepiamo eco di Lacan), frutto di un'ambivalenza dell'artista nei confronti della propria creazione. D'altra parte le fotografie di Budano, che definirei meglio composizioni visive che contengono mondi, prima immaginati e poi costruiti e de-costruiti, hanno una loro messa a terra proprio nell'esito finale, quando l'autore non esita a " sporcare" quei mondi -sublimi pur nel loro apocalittico disfacimento- con strappi, macchie, cancellazioni (qui penso a Emilio Isgro'). Nel "campo allusivo", ancora per dirla con Barthes, esitante tra senso e non-senso, tra presa di distanza e condanna, Budano lascia intendere che un conto è il mondo immaginato -algido e freddo perché proiezione della mente- altro è il mondo finito quando "cade" nella vita. Di qui le tracce di vita di cui parlava Barthes. Di qui gli strappi e le aggressioni fisiche sull'opera, che fanno acquisire vita a fotografie altrimenti simboliche e/o estetizzanti, pur se concepite come tutt'altro che estetiche. Opere dunque doppiamente ferite: rappresentano quella mortale che l'uomo ha inferto alla natura e specularmente subiscono strappi e ferite concrete perché la visione finale perda in estetica e gradevolezza, come è coerente che sia. Come si nota, la portata concettuale di Lino Budano è complessa e stratificata, con nuclei di riferimento centrali: il tempo (evoluzione) e la deriva dell'umanità (visione epifanica). E sul concetto di tempo e contemporaneità, vale la pena di citare Giorgio Aramben: "Contemporaneo è colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di " citarla" secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio ma da un'esigenza a cui egli non può non rispondere". (GIANNI BARONE)