CASTELLO DI MASNAGO

SALA VERATTI
2 Marzo 2019
LAVIT & FRIENDS ART GALLERY
2 Marzo 2019

CASTELLO DI MASNAGO

23 MARZO – 12 MAGGIO 2019

VIA C. DI RIENZO, 42, VARESE

Orari di visita:
DA MARTEDÌ A DOMENICA : 9.30 / 12.30 E 14.00 / 18.00
INGRESSO A PAGAMENTO A PARTE LE GIORNATE CON CONFERENZA
CHIUSO 21 APRILE S. PASQUA E 1 MAGGIO – APERTI LUNEDÌ DELL’ANGELO

MICHELE GUYOT BOURG

Genova, Ponte Morandi.Vivere sotto una cupa minaccia.

Le immagini di Michele Guyot Bourg erano state raccolte tempo fa in una mostra, accolta con diffidenza dalle istituzioni locali genovesi, poiché mettevano in relazione il tema dell’abitare con il paesaggio circostante. Oggi questo corpus di immagini rappresentano la memoria storica del vivere quotidiano delle persone residenti nel luogo in cui è accaduta la tragedia del Ponte Morandi.
Le foto scattate tanti anni fa (fine anni 80 – primi 90) vicino al ponte Morandi fanno parte di una mostra che suscita adesso in me stati d'animo contrastanti: gioia per il fotografo, malinconia e dolore per l'uomo. Lo stare a contatto per quattro anni con persone e luoghi, anche se diversi, aveva creato in me un'attenzione, una determinazione che mi attirava più verso la periferia che non verso il nostro bellissimo centro. La scoperta di questa, per me nuova, realtà della mia città è stata coinvolgente tanto da farmi definire quelle persone “gente di frontiera”.
Questo lavoro è nato per caso anche se era da tempo che cercavo un argomento per poter far “vedere” anziché “guardare” un aspetto poco noto della mia città: mi trovavo a Quezzi, quartiere periferico, quando un rumore, simile a tuoni in lontananza, ha attratto la mia attenzione visto che la parte del cielo che intravedevo era completamente sereno: erano i giunti del ponte che avevo sopra la testa al passaggio dei mezzi. Da lì, viste le case a d fianco dei piloni e a questo nuovo modo di vivere, è nata l'idea di sviluppare una ricerca seguendo il percorso dell' autostrada che cinge la città.
Quattro anni di lavoro che mi hanno arricchito sia come fotografo ma più ancora come uomo. Oggi le persone contattate allora non ci sono più; parlo di quelle che mi hanno accolto in casa loro e si sono rese disponibili a partecipare alla sceneggiatura.

VITO LEONE

Periferie umane Taranto, i paesaggi intorno alla fabbrica

Un tentativo, artistico, di conferire dignità alla periferia industriale, alle aree suburbane vicine alla fabbrica. E' il territorio intorno all'Ilva di Taranto il soggetto della ricerca fotografica di Vito Leone. 54 anni, tarantino, Leone ha scelto di fotografare le aree adiacenti all'industria siderurgica. Nei suoi scatti, ci sono i paesaggi urbani dei quartieri Tamburi, Paolo VI, Porta Napoli di Taranto, ma anche zone retro industriali oggi abbandonate, quasi 'archeologia' dei decenni trascorsi, caratterizzati da una produzione massiccia e invasiva. L'occhio del fotografo, 'vicino' a questi ambienti, perché familiari, cerca di trasformare la bruttezza e la brutalità degli stessi in bellezza. E' un lavoro fotografico che corre su un doppio binario. Il primo, oggettivo, è quello delle linee e delle forme, del 'senso geometrico' del paesaggio, caro alla corrente minimalista; l'altro, soggettivo, è quello filtrato dall'occhio umano, che in quegli scorci vede, pur nella loro desolazione, umanità e dignità. Una pietas che permette di caricare di vita e di pathos immagini che, altrimenti, sarebbero fotografie di morte.

FABIO MANTOVANI

CENTO CASE POPOLARI

Libro in mostra
Con Cento case popolari Fabio Mantovani racconta dieci progetti – Rozzol Melara a Trieste, Gallaratese a Milano, Forte Quezzi a Genova, Barca a Bologna, Corviale a Roma, Villaggio Matteotti a Terni, ZEN di Palermo, Le Vele di Scampia, il complesso Cielo Alto a Cervinia e il quartiere Spine Bianche a Matera – o forse, più precisamente, registra attraverso cento scene come le persone attraversano e vivono oggi architetture costruite per essere pezzi di città.
Cento scatti compongono un affresco atopico e relazionale: la posizione delle fotografie non è tesa a raccontare i singoli luoghi, ma una stagione precisa dell'architettura – in buona parte dettata dal Piano Fanfani del 1949 – apparentemente indifferente alle posizioni geografiche. All'osservatore è chiesto prima di perdersi nella grande scena e di ricomporre solo in un secondo momento, attraverso i singoli frammenti, l'immagine dei quartieri.
Lo sguardo di Mantovani insiste lucidamente, senza indecisioni, sul rapporto tra corpo e spazio: non ci sono protagonisti, ci sono relazioni a distanza. Si tratta di architetture legate da un'idea di città, da una politica, soprattutto da un pensiero moderno comune; e poi ci sono gli ospiti di queste strutture, chi si è trovato per scelta o suo malgrado a viverle ed abitarle.
I cento scatti hanno tutti due protagonisti: l'architettura colta nel suo persistere sia come manufatto sia come pensiero e le persone fissate nell'immagine mentre sono in viaggio, cariche di storia che ne disegna i volti, desiderose di attraversare la scena con le proprie cangianti diversità. (Sara Marini)

REA PAPADOPOULOU

DARK TREE – Albero oscuro

Lungo le rive del fiume Kifissos di Atene, c'era una volta un grande uliveto, che è stato conservato intatto fino al 1890, secondo la mappa disegnata dal cartografo tedesco Johann Kaupert.
Tra 170.000 alberi mappati c'era il primo edificio industriale, una conceria. L'ubicazione dell'industria pesante nel XIX secolo pose fine a questo immenso giardino, ammirato da storici e viaggiatori. Oggigiorno crescono solo le erbacce urbane e alberi invasivi.
Le tracce lasciate dalla topografia del passato sono coperte di polvere e perse in frastuoni inquietanti. L'oscurità della notte, però, trasforma il luogo dove ombre lussureggianti verde scuro emergono dalle strade sporche di questo indisciplinato paesaggio industriale.
Questo oliveto fu piantato nel VI secolo quando i governatori di quel tempo incoraggiarono la coltivazione di ulivi e viti per la produzione di colture da reddito. L'uliveto apparteneva a molti piccoli agricoltori ed era protetto soprattutto come strumento politico per ridurre il controllo aristocratico sull'Atene rurale (Britannica, Chester G. Starr). Alla fine del XIX secolo i cartografi Curtius e Kaupert, in Germania, producono uno studio inestimabile dell'uliveto (1862-1897) all'interno del Karten von Attica, poco prima che l'area diventi un sito industriale della capitale Greca.
Il paesaggio cambia drammaticamente durante il XX secolo, quando ospita primi rifugiati dall'Asia Minore e poi la migrazione interna delle persone, in cerca di lavoro e di una vita migliore, dalle aspre campagne ad Atene.
Zone di terra coltivata e orti sopravvivono tra le fabbriche fino alla metà del XX secolo, alcune delle quali ancora presenti, ma non gli ulivi. Oggi, mentre l'industria si sposta, i mega progetti che procedono progettati per lo depauperamento dei pochi spazi vuoti lasciati, la questione si è trasformata in un conflitto tra progettisti e popolazione.
Rea inizia il progetto nel 2012 osservando il fiume, i torrenti e la disposizione delle antiche strade, ancora presenti sotto la polverosa terra. Sono pochi gli insediamenti rimasti degli ultimi contadini, minuscole isole in un mare di enormi edifici industriali.
Le erbacce urbane stanno invadendo il paesaggio e i vecchi alberi pare cerchino di uscire dalla terra. Questa inattesa bellezza effimera, circondata da uno scenario disordinato e urbano, è ciò che attrae Rea. Sponandola a realizzare un lavoro approfondito, con la propria visione.
La metodologia che segue è discontinua, in quanto non desidera realizzare un una ricerca prettamente documentaria, ma interpretativa. Ciò che desidera è analizzare la topografia contemporanea attraverso gli elementi storici che l'hanno creata, scoprire i paesaggi che raffigurano, a volte in modo formale, questa bellezza affiorante dalla ruvidità dell'ambiente industriale e dall'estrema periferia della città.
Rea decide che il modo più consono per fotografare questi luoghi è la notte, dove le linee e l’orizzonte scompaiono, elevando frammenti e connessioni con il passato, richiamando ricordi e determinando incontri inaspettati.

VIRGILIO CARNISIO

MILANO vintage

Le immagini in mostra sono state scelte con criterio tematico, finalizzato a dialogare con le altre mostre del percorso, dedicato al tema dell’abitare. La Milano rappresentata da Carnisio, risalente agli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, è un viaggio a ritroso nel tempo, senza malinconie ma con approccio riflessivo, poiché i cambiamenti avvenuti sono stati notevoli e oggi le immagini dell’autore rappresentano un periodo storico particolarmente affascinante e nel contempo contrastante, tra sviluppo, benessere e rivendicazioni. Lo stile sobrio e immutabile e il bianco e nero contrastato e seducente, fanno delle vedute di Carnisio una sorta di geografia della memoria che la modernità non è riuscita ad comprimere, semmai ad esaltare, lasciando alle immagini di riscoprire un legame con la nostra storia, ritrovando nell’identità dei luoghi e nelle vedute urbane, cortili e trattorie, la semplicità dell’esistenza quotidiana, mentre con apparente silenzio abbiamo l’occasione di accedere nei meandri più discreti delle corti, tra luci e ombre e piccoli bagliori, che traspongono lo sguardo in un canto di luce.