PIOMBINO. GENTE DELLA CITTA’ DEL FERRO 1970-2014 di PINO BERTELLI

TEMPO E MEMORIA di GIOVANNI SESIA
24 febbraio 2018
FACCE DA LEGGERE di MARINA ALESSI
24 febbraio 2018

PIOMBINO. GENTE DELLA CITTA’ DEL FERRO 1970-2014 di PINO BERTELLI

CASTELLO DI MASNAGO

Via Cola di Rienzo, 42 - Varese

24 marzo – 19 maggio 2018

orari di apertura: da martedì a domenica :  9.30 / 12.30 e 14.00 / 18.00

Chiuso domenica 1 aprile - Pasqua

Mi hanno insegnato a spezzare il pane con i diversi, gli ultimi, gli esclusi, gli oppressi e lottare per un mondo più giusto e più umano…
“Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone, senza diventare quel padrone”.
Pier Paolo Pasolini
Quando ero bambino, mio padre mi insegnò a non piegare mai la testa di fronte alla cattiveria e non scendere mai così in basso tanto da odiare una persona... “Un uomo — era solito dire — ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto per aiutarlo ad alzarsi!”.
Quando ero bambino, mia madre mi disse di non avere timore di piangere, né quando si ama né quando si soffre... mi disse anche di “non aver paura dell’amore ma di temere di non averlo incontrato mai!”.
La Città del ferro (Piombino) è al fondo di questa ritrattistica antropologica o di geografia umana, ancorata alla memoria e alla storia di un popolo di antiche bellezze… gente che un tempo ha fatto del lavoro, della fraternità e del pane amaro momenti (anche drammatici) di lotta per il bene comune… un popolo che ha dato un forte contributo (anche di vittime) alla Resistenza e la città ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare… il portolano d’immagini dei lavoratori prese dagli anni ’70 agli inizi del21°secolo, cercano di figurare la dignità, la forza, la speranza di quel popolo oggi in difficoltà— per la dissennata politica dei mercati globali (o del capitalismo parassitario, Zygmunt Bauman, diceva) —… ma che riesce comunque a mostrare il senso della bellezza del suo passato e l’innocenza del divenire… e, come sappiamo, nella bellezza c’è anche la giustizia (dicevano gli antichi greci) e l’utopia concreta della comunità che viene.
La fotografia, quando è grande, esprime il ritratto di un’epoca. Non evoca nulla.
Mostra una parte per il tutto. In ogni forma d’arte ciò che è importante è fare una scelta, elaborare una sintesi, escludere l’inutile e il troppo facile. Dietro ogni grande fotografia c’è un criminale o un poeta dell’anima bella, sempre. La fotografia del pane amaro si accosta alla gente della strada, racconta le piccole cose che si celano o si riversano nel comune sentire... è un’iconografia del reale che attraverso la conoscenza del dolore o della gioia si trasforma in coscienza sociale. La ritrattistica del pane amaro è legata al pudore, al rispetto, alla nobiltà dei volti, dei corpi, delle situazioni che fuoriescono nell’istante preso ai fotografati e, secondo una visione antropologica dell’immagine, dove la persona è interprete di una memoria storica/politica di secolare combattività e profonda importanza per un intero Paese… il fotografo può essere innocente, la fotografia mai! La fotografia del pane amaro coniuga l’uomo e il mondo in punta di fotocamera e ricostruisce la vita quotidiana del proprio tempo.
La fotografia così fatta mette a nudo il cuore suo e quello dei ritrattati e riporta la loro presenza all’affermazione di un esistere sovente faticoso o ferito, tuttavia è un frammento di realtà che si fa storia.
Solo la fotografia del vero ha diritto di cittadinanza nei cieli svaligiati della politica della menzogna... i fotografi che restano sui marciapiedi dell’uguaglianza, dell’accoglienza, della condivisione non rivestono i propri desideri se non con gli abiti che appartengono ai loro sogni... i fotografi del mercimonio, del narcisismo o del consenso — disfatti nella mediocrità dello spettacolo — si agitano come ratti su cumuli di spazzatura. Ogni imbecillità ha i suoi teatri. La libertà, non si dà, si conquista. Nessun uomo è veramente libero di godere della dignità se da qualche parte della terra altri esseri umani sono privati della libertà. Dove c’è lo spirito d’amore dell’uomo per gli altri uomini, lì c’è la bellezza della libertà.
Non la ricchezza né la potenza, ma la dignità di tutti gli uomini — passa soprattutto attraverso la conquista dei diritti sociali — deve essere il vero fine di una buona società… non si deve temere di sporcarsi le mani a rivendicare giustizie calpestate… l’importante è sempre fare tutto a favore della verità e del bene comune. Quando nessun uomo o donna saranno costretti a piegare la testa nei confronti di potenti e governanti, allora questa società sarà buona… se poi questa società sarà organizzata secondo i principi della democrazia partecipata… allora tale società sarà ottima.
La vita buona nasce dal lievito della conoscenza. Chi come noi è stato allevato nella pubblica via e non è di nessuna chiesa, non si ritrova nemmeno in una congrega di miscredenti, e la sola bellezza e libertà che ama fino a morirne là, al limitare del bosco, è la vita sognata degli angeli ribelli che annunciano — in amore — la fine delle sofferenze. La bellezza della fotografia del pane amaro è il punto più vicino fra il genere umano e l’eternità.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 26 volte marzo 2017.

Pino Bertelli è nato in una città-fabbrica della Toscana, tra Il mio corpo ti scalderà e Roma città aperta. Dottore in niente, fotografo di strada, film-maker, critico di cinema e fotografia. I suoi lavori sono affabulati su tematiche della diversità, dell'emarginazione, dell’accoglienza, della migrazione, della libertà, dell'amore dell’uomo per l’uomo come utopia possibile. È uno dei punti centrali della critica radicale situazionista italiana.
Nel 1993, il regista tedesco Jürgen Czwienk, ha girato un documentario sulla vita politica e l'opera fotografica di Pino Bertelli: Fotografare con i piedi. Il regista Bruno Tramontano ha realizzato un cortometraggio, Adoro solo l'oscurità e le ombre, tratto dal suo libro, Cinema della diversità 1895-1987: storie di svantaggio sul telo bianco. Mascheramento, mercificazione, autenticità. Il pittore Fiormario Cilvini, ha illustrato lo stesso testo in una cartella di 18 disegni a colori e una scultura. I suoi scritti sono tradotti in diverse lingue. L'International Writers Association (Stati Uniti), l’ha riconosciuto scrittore dell'anno 1995, per la “nonfiction”.
Nel 1997 i suoi ritratti pasoliniani di fotografia di strada sono esposti (unico fotografo) in una mostra (Le figure delle passioni) con 16 maestri d'arte a Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno [Pier Paolo Pasolini, maestro e amico, gli ha regalato la prima macchina fotografica quando aveva quindici anni]. È direttore responsabile della rivista di critica radicale Tracce, Cobas (Giornale dei Comitati di Base della Scuola) e del giornale on-line Stile libero, direttore editoriale della casa editrice Traccedizioni, collabora con Le monde diplomatique, Fotographia, Sicilia Libertaria e altre testate. Nel 1999 ha ricevuto il “Premio Castiglioncello” per la fotografia sociale. Nel2004 il “Premio Internazionale Orvieto”, per il miglior libro di reportage, Chernobyl. Ritratti dall’infanzia contaminata. Nel 2014 l’Associazione di bioarchitettura BACO gli ha assegnato il “Premio Internazionale Vittorio Giorgini”.
Alessandro Allaria ha fatto un reportage (per la televisione tedesca), Pino Bertelli. Il fotografo e le donne di Napoli, 2008. Nel 2014 il regista Antonio Manco ha realizzato a Buenos Aires, Pino Bertelli. Ritratto di un fotografo di strada, prodotto dal Festival del Cinema dei Diritti umani di Napoli e Buenos Aires. Nel 2017 esce il dittico libro—film, Genti di Calabria. Atlante fotografico di geografia umana e Pino Bertelli. I colori del cielo, con la regia di Francesco Mazza. I suoi fotoritratti si trovano in gallerie internazionali, musei, accademie e collezioni private. L’Archivio Internazionale di Fotografia Sociale di Pino Bertelli è curato dalla documentalista Paola Grillo.
Una parte del suo archivio fotografico è depositato all’Università di Parma. La mostra fotografica Ferro, Fuoco, Terra! 50 anni di lavoro in Maremma si trova al MAGMA (Museo delle arti in ghisa nella Maremma) di Follonica. Una selezione delle sue fotografie è presso la Galleria degli Uffizi di Firenze. La sua opera (Contro tutte le guerre) è stata esposta alla Mostra d’Arte Biennale di Venezia (2011) e adesso è nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Fa parte di Reporters sans frontières.